La fiera come luogo di promozione ma anche di confronto per il leader degli Stadio. Gaetano Curreri racconta la sua idea di musica. E quella di Rimini. Lui, Gaetano Curreri, la musica la conosce bene. Con la sua band, gli Stadio, è parte integrante degli ultimi decenni della storia del pentagramma italiano. Amato da chi aveva 18 anni 20 anni fa. Amato da chi ha 18 anni oggi. Ha visto i suoi LP in vinile tante volte in cima alle hit parade (“Stabiliamo un contatto”, dal quale abbiamo preso a prestito il titolo per l’intervista, è solo un dei 14 album realizzati dal 1982 ad oggi dagli Stadio), ha trovato i suoi singoli e i suoi cd, nelle vetrine di Sanremo durante i Festival. E di quei Festival è stato amatissimo protagonista. Lo abbiamo incontrato a Rimini Fiera , lo scorso aprile, ospite di un’importante azienda di strumenti musicali al Disma Music Show, e Curreri si è lasciato trasportare sulle onde dei ricordi e dei sogni, in un campo che, come afferma:
“Non mancherà mai di insegnarmi qualcosa”. “Ormai il Disma Music Show rappresenta per il mercato italiano un appuntamento unico - commenta il leader degli Stadio - e plaudo a questa iniziativa perché l’Italia ha bisogno di poter aumentare sensibilmente lo spazio riservato alla musica. Che nel nostro Paese è ancora troppo poco e i nostri operatori si trovano costantemente a confronto con i colossi giapponesi”.
Ciò significa qualità contro quantità?
“Ognuno opera come meglio crede. Quello che voglio dire è che non dobbiamo assolutamente sottovalutare ciò che il nostro territorio produce, da sempre intrinseco alla sua storia.
Perché la musica stessa è storia e in ogni luogo, riesci a scorgere un’inflessione musicale diversa dettata dagli eventi che si sono succeduti negli anni”.
La musica riesce ancora ad essere un motivo aggregante dei popoli?
“Certo, più della politica. In quest’ultimo caso esistono fazioni che si confrontano per avere la meglio l’una sull’altra; nella musica, questo non avviene. Il timbro italiano, si confronta con quello inglese, cubano, francese, asiatico ed entra insieme agli altri in un bagaglio culturale universale”.
Il Disma Music Show lancia da sempre un messaggio, quello della musica come bagaglio della cultura famigliare, a partire dai bambini. È un motivo vincente?
“Ogni situazione che vuole confrontarsi con i giovani è positiva. Personalmente penso che sia necessario lavorare sulla cultura musicale, oltre a quella dell’apprendimento di uno strumento. Purtroppo ora c’è tanta brutta musica in giro, sulla quale non si può costruire per nessun motivo un dialogo. Il ‘rumore’ non permette confronti di stili e di emozioni. È necessario nuovamente sforzarsi per riuscire a trasmettere l’amore per la musica”.Il Sistema Fiera rappresenta un approccio utile per avvicinarsi all’utilizzo degli strumenti musicali?
“Il Disma Music Show è strutturato in modo tale da favorire l’incontro tra professionisti e amatori. Mi sono accorto per esempio che pochi istanti fa ero al pianoforte e suonavo e al mio fianco c’erano persone che facevano la mia stessa cosa. Ognuno cercava di dare il meglio di se, incurante di chi aveva al proprio fianco. È vero che noi professionisti siamo qui per dare consigli, ma è altrettanto vero che molto spesso sono i ragazzi ad insegnarmi qualcosa. Nella prossima edizione, mi piacerebbe fermarmi più di un giorno. La Fiera di Rimini non è solo grande, riesce a dare quel qualcosa che altri quartieri non si possono permettere: la poesia del luogo. La struttura è armoniosa e allo stesso tempo ultramoderna, efficiente. È sempre un piacere esserci”.
La città di Rimini, attraverso la sua Fiera, ospita diverse manifestazioni che hanno il “suono” come denominatore comune. Può Rimini divenire la capitale di questo settore?
“Penso che questa città, a me molto vicina, sia già un punto di riferimento per la musica o per il suono in generale. Un centro di aggregazione turistica tra i più importanti in Europa in grado di dare frutti importanti in molti settori. E non escludo che sul fronte musicale si profilino per Rimini nuovi, determinanti, scenari”.