
«Stai abbottonato!». Quante volte da piccoli ce lo siamo sentiti dire? Con «La guerra dei bottoni», prossimo libro in uscita martedì con «La Biblioteca dei Ragazzi» (a 4.90 euro oltre al costo del giornale) l'autore Louis Pergaud racconta in modo assolutamente anticonformista la vita dei ragazzi in un paese di campagna francese di inizi '900 che smaniano dalla voglia di togliersi e "togliere agli altri" i vestiti di dosso. Un modo come un altro per ribellarsi agli adulti e i loro abiti bene abbottonati. I ragazzi di due paesi vicini si sono costituiti in bande rivali e si fanno la guerra: i bottoni del nemico sono il premio da conquistare. Narrato, come ebbe a dire l'autore, con «le parole audaci e le espressioni a tinte forti». Quella Francia contadina non è tanto lontana.
Sentite cos'ha da dire in proposito Gaetano Curreri,
leader degli Stadio, tra una promozione e l'altra del loro ultimo lavoro «Storie e geografie».
Cosa le ricorda 'La guerra dei bottoni'?
«Mio nonno che era fissato coi bottoni. 'Abbottonati. Allacciati la giacca'. Per non parlare della camicia. Anche se faceva caldo. Almeno chiudeva un occhio sulla cravatta che non mettevo. Io gli davo ascolto finché ero in casa. Bastava aprire l'uscio e mi slacciavo tutto».
I suoi genitori invece non si lamentavano?
«Mio padre aveva assorbito l'educazione del nonno, ma non infieriva. Mia madre, prof di pianoforte, ce l'aveva con la postura quando suonavo: finché non mi sedevo sullo sgabellino come diceva lei non potevo alzarmi».
Che tipo di ragazzo era?
«Tutto sommato abbastanza tranquillo. Mi ero ritagliato il mio piccolo mondo fatto soprattutto di musica».
Mai un moto di ribellione?
«Veramente quelli mi venivano spesso. Quando ero al culmine della rabbia pensavo sempre di scappare. Ma non l'ho mai fatto. I miei penso non l'abbiano mai capito. Facevo un po' come nella mia canzone 'Vai, vai': si prepara tutto per fuggire e alla fine si resta».
Poi, da grandicello, faceva le sue lotte con i coetanei?
«Eccome! Anche se sono nato a Bertinoro, sono cresciuto a Vignola. Noi eravamo i ragazzi della pianura. Quelli di Zocca, fra cui c'era anche Vasco Rossi, i montanari. Che per noi significava dire stranieri. Io, siccome a un certo punto passai dalla parte di Vasco e compagnia, ero visto come un traditore. Uno da picchiare».
Cosa la affascinava in Vasco Rossi ragazzino?
«Semplice: lui e altri compaesani, ma lui soprattutto, scendevano a valle per 'cuccare'. E io mi aggregavo. Avevano successo. Sarà stato il fascino del selvaggio».
Amicizie che durano. Come con gli Stadio. Cosa ci vuole?
«Limare gli angoli, cercare di venire incontro agli altri, apprezzarne i pregi, mettere da parte i difetti».
Ne 'La guerra dei bottoni' ogni cosa ha il suo nome e c'è spazio anche per parole forti. Che ne pensa?
«Sono d'accordo. La parolaccia serve, colora una frase quando ce n'è bisogno. Messa bene fa un bell'effetto. Basta non abusarne. L'ho usata anch'io. Non dicevo forse a un certo punto, e lo ridico nel nuovo disco in coppia con J.Ax degli Articoli 31, 'quel grande figlio di puttana'? Nel contesto, la frase era quasi affettuosa».
di Paola Gabrielli
(Da Il Resto del Carlino)